«Erano anime pure e ardimentose, pronte al sacrificio senza nulla chiedere e anticipavano nello spirito e nel carattere la nuova Italia fascista – Io so quanto la rivoluzione del 1922 deve alla grande riscossa toscana del 1921 – Le giovani camicie nere cadute hanno fatto della Toscana una regione dove il fascismo è sempre vigile – Noi ricordiamo i nostri morti e marciamo più rapidamente in- nanzi – Questo è il loro ordine». Questo messaggio di Mussolini, inviato alla Federazione fiorentina il 2 marzo del 1931, in occasione della commemorazione degli squadristi della città, insieme ad una pietà cinquecentesca di Baccio Bandinelli e alla formula del giuramento fascista, «Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di consacrarmi tutto e per sempre al bene d’Italia», incisa su una lapide, accoglie il 27 ottobre del 1934 nella cripta di Santa Croce i corpi di trentasette «martiri» di Firenze, caduti per la causa fascista prima della marcia su Roma o in seguito alle ferite riportate negli scontri.

mercoledì 15 marzo 2017

 MUTI PAVOLINI E RICCI 
ALLA CRIPTA DEI MARTIRI FASCISTI DI FIRENZE

Giovanni Berta Firenze, 1894 – Firenze, 28 febbraio 1921.


Fascista nelle squadre d'azione fiorentine, ucciso dai militanti comunisti durante gli scontri del Pignone. A lui il comune di Firenze dedicò lo stadio appena costruito, progettato da Pier Luigi Nervi: dopo la guerra, l'impianto fu ribattezzato Stadio Comunale e nel 1993 Stadio Artemio Franchi

Giovanni Berta, detto Gianni, era figlio di un piccolo industriale metallurgico fiorentino.

Partecipò alla guerra italo-turca del 1911 ed alla Prima guerra mondiale, aderendo al termine del conflitto ai Fasci Italiani di Combattimento.

Il 28 febbraio 1921 alle 17.30, durante un tentativo delle squadre d'azione di forzare il blocco del Ponte Sospeso, venne circondato dai comunisti e gettato al di là del parapetto del ponte. Nel disperato tentativo di non cadere nelle acque dell'Arno, gonfie data la stagione, Berta tentò di reggersi al bordo del ponte, ma gli avversari lo colpirono a calci e bastonate sulle mani e in faccia, precipitandolo tra i flutti, dove sarebbe annegato.

Secondo la versione fornita da Roberto Farinacci, Berta, simpatizzante fascista ma non squadrista, venne invece sorpreso da solo nei pressi del ponte, con all'occhiello della giacca una spilla fascista, inseguito e quindi gettato in Arno dopo un pestaggio e il furto del portafogli. Mario Piazzesi riferisce le voci che si rincorsero in quei giorni convulsi di bocca in bocca e del ritrovamento il giorno dopo del corpo del giovane, con un vistoso segno di scarpone chiodato stampato in fronte.

Giovanni Berta, dopo la sua morte, viene insignito dal Fascismo del titolo di "Martire della Rivoluzione Fascista" ed il suo nome servirà ad infiammare gli animi degli squadristi e dei fascisti fiorentini. Verranno prodotte cartoline commemorative, canzoni e, dopo la Marcia su Roma, gli saranno intitolate strade, edifici pubblici, una dragamine (il "Giovanni Berta", appartenente alla classe "Pellegrino Matteucci" della Regia Marina, prima unità italiana ad essere affondata durante la guerra) e un villaggio coloniale (Gubba, in Libia). La sua figura venne indicata agli studenti nelle scuole come esempio di abnegazione fino al supremo sacrificio durante tutto il Ventennio.

LA LAPIDE DI GIOVANNI BERTA APPOSTA SU UNA SPALLA DEL PONTE SOSPESO
A MEMORIA DI GIOVANNI BERTA
La didascalia sotto la foto del 1934 parla di "epigrafe mutilata", e il perché è presto detto: l'epigrafe originaria diceva: "Di Giovanni Berta, combattente d'Italia qui giace il corpo che i nuovi barbari affogarono in Arno gettandolo dal ponte, pestando e ripestando sulle sue mani aggrappate, picchiando sulla sua testa benché Lapide apposta su una spalletta del Ponte Sospeso (chiamiamolo col suo vecchio nome) a memoria di Giovanni Berta l'innocente gridasse mamma e l'Arno testimone del bene e del male di nostra gente urlasse inorridito la sua maledizione che ancora nel silenzio sul luogo dell'infamia tu senti ripetere sempre" Il secondo capoverso, come si vede, fu omesso (da qui "epigrafe mutilata") al momento dell'apposizione della lapide, per non turbare la madre del caduto che ignorava le modalità esatte della morte.

La spalletta del ponte sull'Arno dove Giovanni Berta
fu ucciso fu poi asportata ed esposta nel corso della Mostra della Rivoluzione fascista

IL PONTE DOVE FU UCCISO

A Giovanni Berta fu dedicata una delle canzoni degli squadristi, Hanno ammazzato Gianni Berta, che fu fra le più cantate nel periodo 1921-1924.
Questa canzone fu poi adattata a seconda del nome del caduto, per ricordare i molti Martiri della Rivoluzione Fascista delle varie squadre d'azione. Ne esiste una versione dedicata al caduto Tito Menichetti.
Delle molte opere pubbliche e strade dedicate a Berta, quasi tutte sono scomparse o hanno cambiato nome. Fanno eccezione alcune vie ancora a lui intitolate, una delle strade principali di Isernia, una via nel quartiere di Porticella a Marsala, una in località Torrione a Salerno e una in località San Rocco a Sant'Angelo dei Lombardi.







LO STADIO DI FIRENZE INTITOLATO A GIOVANNI BERTA

MONUMENTO A GIOVANNI BERTA



LA REGIA CANNONIERA GIOVANNI BERTA


1921: l'anno decisivo per il Fascismo.
Ormai due forze cozzavano: il duello era all'ultimo sangue.

Da una parte il disordine, l'anarchia, il delitto, la negazione di Dio, della Patria, della famiglia: dall'altra il canto eroico degli squadristi che difendevano la loro terra dai nemici di dentro come l'avevano difesa da quelli di fuori.

La santa violenza contro l'incoscienza delittuosa, la bella lotta scapigliata — fior di giovinezza e di sacrificio — contro la torva canaglia imbestiata.

Tutta l'Italia era percorsa da bagliori sanguigni; la lotta era a coltello e divampava senza quartiere: uno contro mille, canto e ruggito contro sberci e bestemmie.

Ma a Firenze il 1921 fu particolarmente duro: «senza il decisivo apporto di sangue, d'impeto, di volontà fornito dagli squadristi del Marzocco, la Rivoluzione non sarebbe stata.

O non sarebbe stata quella che è, vittoriosa e salda. I nostri fatti squadristi non ebbero importanza locale, non furono applicazione locale di una parola d'ordine unitaria, tanto meno lo strascico episodico di una grande lotta risortasi altrove.
«Ben fummo noi che raccolto il verbo di Mussolini nell'ora più dura e che più contava, lo portammo e lo imponemmo in tutta la Toscana, da Siena a Carrara, in tutta l'Italia centrale, da Sarzana a Perugia. E oltre : che fin nelle Puglie furono squadristi fiorentini a comandare le spedizioni e gli assalti».

Così Alessandro Pavolini nel 1931 commemorando appunto il decennale del 1921: l'anno che decise la Rivoluzione.

Piazza Antinori.

La bomba di Piazza Antinori lanciata da un gruppo di sovversivi la mattina del 27 febbraio 1921 contro un corteo di studenti fu il segnale della lotta che insanguinò Firenze per qualche giorno.

Raccogliendo i corpi crivellati di Carlo Menabuoni e del carabiniere Petrucci, gli squadristi fiorentini — stretti alla gola dall'esasperazione e dal dolore — giurarono vendetta, e le rappresaglie, violente e santamente giuste e terribili, furono immediate.

In San Frediano, covo allora della ribellione, la lotta assunse vaste proporzioni e continuò fin quasi al tre marzo.


28 febbraio 1921.

Nel pomeriggio di lunedì 28 febbraio, Giovanni Berta era in Fonderia per attendere un magistrato il quale avrebbe dovuto eseguire un sopraluogo per precisare certi dati in merito ad un infortunio sofferto da un operaio giudicato guaribile oltre un mese.

L'appuntamento era fissato per le ore 15: alle 15 e mezzo nessuno si era visto ancora.

Giovanni Berta appariva nervoso, inquieto, ansioso di correre dove la lotta avvampava: i suoi compagni squadristi erano là: il suo posto era con loro.

Alle 16 rompe ogni indugio : inforca la bicicletta e si dirige verso il centro della città. In Piazza delle Cure (ora Piazza Giovanni Berta) incontra alcuni suoi vecchi operai i quali, forse intuendo le decisioni del padroncino, con quella confidenza che è frutto dell'affetto, gli domandano dov'egli è diretto.

— In San Frediano — risponde pronto, e via lestamente.

— Non ci vada, non ci vada.... — gli urlano dietro.

Ma già l'altro è lontano: verso il martirio.



Il Ponte Sospeso.

Una turba di belve aspettava la preda. Era da poco passato di lì un fascista il quale, per uno di quei miracoli che lasciano perplessi i più increduli, era riuscito a sfuggire all'agguato.
Ma per quella canaglia assetata di sangue l'uno valeva l'altro: qualcuno sarebbe pur passato di lì, qualcuno sul quale sfogare la bieca foia sanguinaria; la preda non doveva mancare e fu preda giovane ed eroica.
— Dove vai? — urlò una voce mentre cento occhi iniettati fissavano ferocemente il bel volto pallido ma deciso di Giovanni Berta.
— Dove mi pare.
— Sei fascista ?
— Sì .—
Avrebbe potuto tacere o negare che all'occhiello non portava il distintivo fascista ma soltanto quello della Croce Rossa Italiana, ma Giovanni Berta non volle rinnegare la sua fede, sapeva che quel «sì» sarebbe stato la morte: lo pronunziò a voce alta e ferma contro la vigliaccheria della canèa urlante; sputò quel sì negli occhi dei suoi carnefici e tentò estrarre la rivoltella «ma gli aggressori gli strapparono l'arma e lo investirono ancora violentemente. Dopo aver tramortito il giovane a forza di pugni e di calci e dopo avergli estratto dalla tasca interna il portafoglio, gli sconosciuti lo afferrarono e lo gettarono nel fiume dalla balaustrata del ponte.
«Il disgraziato riusciva però ad aggrapparsi ai tiranti di ferro del ponte dibattendosi disperatamente e raccogliendo tutte le sue forze per non precipitare. Ma gli spietati aggressori non ancora soddisfatti si sporgevano fuori dalla balaustrata calpestando rabbiosamente le mani del Berta, finché questo esausto piombava nelle acque del fiume ».
Così La Nazione del 2 marzo 1921. E Il Nuovo Giornale dello stesso giorno sotto il titolo «Barbarie senza nome» narra l'episodio con semplicità ancora più tragica: «Sul Ponte sospeso alle Cascine passava in bicicletta un giovane che aveva all'occhiello un distintivo della Croce Rossa. Disgrazia volle che egli s'imbattesse in una comitiva di una ventina d'individui i quali lo attorniarono, lo percossero, e dopo averlo depredato del portafoglio e della bicicletta, lo sollevarono di peso e lo gettarono nel fiume.
«L'infelice non voleva morire: e si aggrappava con le mani, disperatamente ai ferri del ponte.
«I suoi aggressori incominciarono allora a tempestargli di colpi di tallone la testa e le mani. Invano il disgraziato si raccomandava: una mano, frantumata dai colpi feroci, sanguinante, abbandonò il sostegno: fu visto il povero giovane tenersi ancora un po' sospéso con la mano sinistra, ma nuovi colpi furono vibrati e lo sventurato cadde pesantemente nell'acqua.
«Nessuno si mosse per soccorrere colui che agonizzava.
«Più tardi, il giovane assassinato fu ripescato cadavere.
Era un ex-ufficiale di marina, giovanissimo: Giovanni Berta, figlio del noto industriale della nostra città».

Mamma!
Dalla gola contratta del Berta, mentre il corpo martoriato precipitava nel fiume, un grido solo uscì, un grido, un'invocazione, un nome grande, santo, formidabile: Mamma!
Quell'urlo fu terribile e agghiacciante, si ripercosse nelle tempie di tutti gli italiani, vibrò nel cuore degli onesti, passò come un brivido sulle coscienze di tutto un popolo.
Era l'ora del tramonto. Un tramonto invernale limpido freddo, quasi sanguigno: l'ora della pace, del riposo, del raccoglimento, della preghiera.
Vibrò nell'aria la voce bronzea della campana di San Miniato e parve cantare le esequie del Martire; lontane e vicine altre voci sonore e squillanti risposero; un coro solenne, severo, ammonitore. C'era in quel coro un'invocazione di pace; la voce di Dio che scendeva sugli uomini per placarne la ferocia.
Ma gli uomini non la udirono.